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Un bilancio
Scritto da Paola Potestio   
Tuesday 23 December 2008

Il bilancio di fine anno di una vicenda elettorale

Il 28-29 aprile si sono aperte - e chiuse - le votazioni per il rettore di Roma 3 per il quadriennio 2008-2112: il rettore uscente, Guido Fabiani, è stato infatti riconfermato al primo turno.
La vittoria di Fabiani non è stata, però, un plebiscito. Rispetto al quorum necessario (il 50%+1 degli aventi diritto), egli ha ottenuto il 52.8%. Il dato, più appariscente, che si è letto sulla stampa - 60.7% - era in realtà la percentuale sui votanti, un dato anch’esso non straordinario e comunque irrilevante per l’esito della prima votazione.
In termini di quorum necessario, Fabiani è stato eletto con la stessa percentuale con la quale il Senato Accademico aveva deliberato la modifica dello statuto che gli ha consentito di ripresentarsi per il quarto mandato consecutivo. Entrambi i risultati hanno espresso una corposa volontà di resistenza e hanno lasciato spazio a un qualche conforto.

Sono passati alcuni mesi ormai. Fabiani e il gruppo che lo ha sostenuto si sono fortemente consolidati nel successivo rinnovo delle cariche dell’ateneo.
I conti sembrano così essere stati regolati: se guardiamo agli esiti delle tante elezioni di questi mesi, e in particolare a quelle dei Presidi e del Senato Accademico, non rimane che una debole traccia della sostanziale divisione dell’ateneo al momento dell’elezione del rettore.
Di nuovo, non che le elezioni fatte abbiano visto risultati straordinari per l’attuale gruppo dirigente, ma la maggioranza è stata, appunto, quasi sempre conquistata. Per inciso, poi, non si può non sottolineare che una informazione completa sugli esiti delle votazioni per il Senato Accademico, sollecitata ripetutamente dal collega di Scienze della Formazione Francesco Mattei (si veda il suo intervento nel Forum di questo sito), non è stata ancora fornita all’ateneo.

Il tempo trascorso e gli eventi di questi mesi, elettorali e non, mi spingono a qualche considerazione sull’esperienza elettorale che ho vissuto.
Tutta la vicenda, e la mia stessa candidatura, sono state fortemente condizionate dalla modifica di statuto che ha ammesso, con vincoli assai modesti, un numero illimitato di mandati per qualunque carica monocratica dell’ateneo.
Con molti altri membri del Senato (colleghi, studenti, personale TAB) ho considerato questa modifica una pesante ipoteca su un normale avvicendamento delle cariche di governo e, dunque, su una sana vita democratica dell’ateneo.
Questa ipoteca mi ha spinto a candidarmi. Lo ho deciso la sera prima della scadenza della presentazione delle candidature.
Vi è stato un legame assai stretto tra le quattro candidature che si sono contrapposte a quella di Fabiani: l’idea era quella di testimoniare, da tutte le quattro aree dell’ateneo, una volontà di opposizione a un non giustificabile, sotto nessun aspetto, ingessamento delle cariche di governo, a partire dalla principale, quella di rettore. Ho condiviso questa linea, ma sono stata dubbiosa fino all’ultimo sul mio coinvolgimento personale in essa.
Non so, nemmeno oggi, se l’idea delle quattro candidature è stata tatticamente felice. Di fatto, si è offerto il fianco a una serie di ipocrite reazioni. Non si sa chi è il candidato vero, è stato il ritornello più sentito. Ma non era certo questo il punto: la successiva riapertura delle candidature, consentita dalla modifica statutaria a seguito della partecipazione di Fabiani alla competizione elettorale, lasciava del tutto aperta la questione delle vere candidature. L’evidente, per chi non aveva motivi di opacizzare l’evidenza, e fondamentale obiettivo nella prima fase delle votazioni era solo quello di respingere la ferita alla democrazia inferta dalla correzione di statuto, impedendo a Fabiani di proseguire nella competizione o, comunque, costringendolo a valutare le ragioni della nostra opposizione. Ma, non è andata affatto così!
Quello di cui invece ho piena consapevolezza, e non me ne rendevo del tutto conto in quei giorni, è che la mia candidatura era una decisione assolutamente temeraria, una scelta che non aveva nessuna possibilità di successo e che mi esponeva solo a rischi. Non ci può essere storia, né alcuna traccia di democrazia, nella competizione tra chi è stato rettore per più mandati e qualunque altro docente. Anche la sola asimmetria informativa dà un vantaggio enorme al rettore in carica. Del resto, quante sono le sconfitte elettorali di rettori che hanno usufruito di modifiche di statuto per rimanere in carica?

La competizione che ho vissuto è stata terribile. Nel bilancio di oggi, due aspetti in particolare mi rimangono impressi.

Il primo è stato il tentativo di delegittimazione cui sono stata sottoposta. L’avversario va delegittimato, istituzionalmente massacrato, se non è proprio possibile – sempre istituzionalmente parlando – ucciderlo: questa è stata la linea che si è tentato di opporre alla mia insistenza sul limite del numero dei mandati come espressione più alta della democrazia di un’istituzione, come irrinunciabile forma ultima di controllo di un elettorato rispetto ai propri eletti; alla mia insistenza sui pericoli, per una normale e corretta vita democratica di una istituzione, della personalizzazione delle cariche; alla mia insistenza sull’apertura che una tale personalizzazione consente alle oligarchie: alla loro esistenza, al loro rafforzamento, alla loro persistenza.
Avrei voluto rileggere, in questi giorni, alcuni “affettuosi” interventi nei miei confronti, ai quali non ho mai risposto, dedicatimi nel forum di discussione elettorale aperto sul sito dell’ateneo. The page cannot be found, ho letto cliccando sull’apposita iconcina. La memoria storica delle rarefatte atmosfere di quel dibattito è stata dunque oscurata. Si è ritenuto preferibile non lasciare traccia di quegli elevati toni, della spontaneità e signorilità di quel dibattito?
Io ho dato un’unica risposta al tentativo di delegittimazione. Nell’incontro dei candidati con la Facoltà di Lettere ho preso atto della riserva sollevata alla mia candidatura, a motivo che in virtù di una precedente modifica di statuto io avevo svolto un terzo mandato di presidenza della facoltà di Economia. La riserva, ovviamente, trascurava la circostanza che quella modifica non toccava il limite al numero dei mandati e che quella stessa modifica aveva consentito un terzo mandato anche la rettore Fabiani. A dimostrazione che non vi era alcuna strumentalità nella mia insistenza sulla necessità di un preciso vincolo al numero dei mandati delle cariche monocratiche e come ultimo tentativo di convincere Fabiani al ripristino di una pratica di democrazia, io ho invitato Fabiani a ritirare la sua candidatura, impegnandomi a ritirare, un minuto dopo, la mia.
In quell’incontro, Fabiani non ha dato alcuna risposta alla mia proposta. Ho ripetuto la proposta nell’occasione dell’incontro con la facoltà di Scienze politiche. Questa volta Fabiani ha risposto: ha detto che avrebbe potuto ritirare la sua candidatura solo ove ciò gli fosse stato richiesto da almeno uno di coloro che avevano votato a favore della modifica di statuto. In fondo, questo era il senso della risposta, la sua candidatura era legittimata da una votazione democratica a favore della modifica di statuto.
Formalmente, l’argomento è ineccepibile. Ma uno di quei voti era sostanzialmente il suo: il prorettore vicario (che presiedeva la seduta al momento della votazione) non ha votato a favore della modifica di statuto in dissenso da Fabiani! Come accade, la prontezza di una replica mi è mancata: per ritirare la candidatura, si poteva replicare, Fabiani avrebbe potuto semplicemente chiedere a se stesso una prova di democrazia. Laddove poi egli avesse nutrito qualche dubbio sul voto del prorettore vicario, aveva una magnifica occasione per dimostrare indipendenza di comportamento rispetto alla delibera di modifica presa dal senato, delibera che, comunque, non poteva prefigurare alcun vincolo per la candidatura di fabiani. 
Naturalmente, la sostanza di quel confronto era molto più semplice: io ero disposta a ritirare la mia candidatura, per una discussione a tutto campo su una successione ampiamente condivisa, Fabiani no. Tutto qua!

Il secondo aspetto. Ho molto sottolineato in campagna la necessità, in una fase di profonda trasformazione dell’università, di un forte ruolo propositivo, di garanzia e di stimolo dei rettori, sia all’interno dei singoli atenei sia come interlocutori privilegiati del legislatore. Ho sottolineato che, sotto questo aspetto, si poteva fare di più a Roma 3.
Due fatti dei mesi successivi confermano le mie perplessità e le riserve sollevate in campagna elettorale. Con il mio solo voto contrario, nella seduta del 16 giugno scorso il Senato Accademico ha approvato alcuni indicatori di Premialità e di Riequilibrio per la ripartizione di un consistente numero di posti di ricercatori tra le Facoltà. Il mio voto contrario è stato motivato da due dei quattro indicatori utilizzati per questa ripartizione: un indicatore “Attrattività”, fondato sui valori medi pro capite di ciascun Dipartimento nel triennio 2004-06 delle “Entrate complessive per ricerca” e delle “Entrate per progetti di ricerca finanziati dal MIUR e da UE”, e un indicatore “Produttività”, fondato sul numero medio di prodotti pro capite di ciascun Dipartimento nel triennio 2004-06. Ho inviato una lettera aperta al senato su questo argomento, sottolineando ancora la superficialità e la rozzezza di questi due indicatori. Nessuno ha risposto alla mia lettera (ora inserita nel Forum di questo sito). Eppure la mia accusa era pesante: utilizzare indicatori di questo tipo significa indirizzare assai male lo sviluppo del nostro ateneo.
Un altro evento mi è sembrato analogamente sorprendente: nella prima tornata concorsuale 2008 il nostro ateneo ha bandito 43 posti di professore ordinario e 56 posti di professore associato. Complessivamente 99 posti di professore, il numero più alto di posti banditi da un singolo ateneo in quest’ultima tornata con le due idoneità. Sottolineo peraltro che la facoltà di Giurisprudenza non ha bandito posti e la Facoltà di Economia ha bandito, con il mio voto di astensione, 7 posti di professore associato. Mi auguro naturalmente che tutte le aspettative su questi posti siano solide, ma un numero così elevato di bandi esprime una efficiente, chiara e lungimirante scelta politica di un ateneo?

Mi fermo qui. Se tornassi indietro, nonostante tutto prenderei ancora la temeraria decisione di candidarmi. Ma con un consapevolezza diversa: porrei in modo esplicito la candidatura solo per il dovere di testimoniare un dissenso. La diffusione, nel paese, delle correzioni di statuto per consentire ripetizioni continue dei mandati non attenua la mia critica: è solo un segnale di un triste decadimento delle nostre strutture universitarie. Decadimento particolarmente grave per un Ateneo giovane come Roma Tre, nel cui futuro dobbiamo comunque continuare a nutrire aspettative e speranze.

Paola Potestio

 

Per una cronistoria di un anno di nuove regole elettorali a Roma Tre, clicca qui.

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Ultimo aggiornamento ( Tuesday 03 February 2009 )
 

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